La carriera di Claudio Villa è il classico esempio di come il talento, di cui ne è dotato il protagonista fin dalla nascita, sia stato coltivato attraverso lo studio che, come sostiene lui, non è tuttora terminato; Claudio Villa, illustratore e fumettista, che è stato disegnatore e copertinista per il mitico Tex, oltre che il “papà” di Dylan Dog, e che può vantare, inoltre, una collaborazione con Claudio Baglioni nata da un numero di telefono trovato…

Come è nato il suo interesse per il disegno?

Già in famiglia posso dire ci fosse l’interesse per il disegno, specificatamente con mio nonno, pasticcere che era molto bravo a disegnare e ricordo come io, bambino dell’epoca, rimanevo a bocca aperta a vederlo all’opera; ma anche mio papà disegnava, anche se solo a tempo perso.

La passione per il disegno era dentro di me ed è emersa quando ho cominciato a rendermi conto che, mettendo una penna sul foglio, ne venivo attirato più di ogni altra cosa che avevo attorno. Così, dopo le scuole dell’obbligo, ho scelto il liceo artistico anche se devo dire che, una volta diplomato ed arrivato alle soglie della professione di fumettista, ho scoperto che dovevo reimparare tutto da zero perché il fumetto ha un linguaggio ed una necessità di comprendere correttamente, anche ogni singolo segno con la matita sul foglio, completamente diversi dal disegno tradizionale. Quindi dovevo ritornare ad imparare cimentandomi in un disegno non più istintivo, come quello appreso a scuola, ma mirato, professionale, costante, approfondito ed accurato; una situazione la quale mi fa affermare che, ancora oggi, sto studiando perché, come si suole dire, più sai e più sai di non sapere.

Ritengo, in conclusione, come questa passione per il disegno fosse all’interno di me, con la necessità poi di farla incontrare con qualcosa che si ha dentro la vita; quando lo scopri ti rendi conto che è così importante da dedicarci il tuo tempo perché è quello che ti fa sentire vivo.

Lei è celebre come fumettista ed illustratore, quali sono le differenze tra i due?

Il fumettista è colui il quale racconta una storia con una sequenza di immagini per cui, per una scena, ce ne possono volere 9-10. Per una copertina, e qui siamo nel campo dell’illustrazione, purtroppo si ha a disposizione una sola scena, dovendo quindi ordinare tutte le idee e facendo in modo di metterle in maniera tale che il lettore non faccia fatica a capire il disegno. In pratica l’illustratore deve andare incontro a chi non conosce la storia cercando necessariamente di porgergliela, secondo una modalità di lettura culturale intercettabile dal lettore, inseguendo una sorta di mediazione culturale per sentire, se così si può dire, la cultura che c’è attorno a te illustratore. Purtroppo, noto come a volte succeda di arrivare al punto, come uso dire, di non parlare più, attraverso l’illustrazione alle platee accontentando, per così dire, solamente il proprio ego.

Sintetizzo la differenza tra illustratore e fumettista dicendo che con l’illustrazione hai un colpo solo in canna, dovendo dire tutto in una sola immagine, trasformandoti così in una sorta di cecchino con il rischio che, se sbagli bersaglio, il lettore se ne va; la stessa cosa succede anche con il fumetto, ma avendo a disposizione 20-30 pagine.

Quali sono i vari ruoli necessari a creare un fumetto?

Il fumetto nasce da una storia proposta dallo sceneggiatore il quale ha in mente i personaggi, lo snodo narrativo ed il luogo dove si svolgerà l’azione; sceneggiatore che ha un ruolo fondamentale nell’impostare tutta la storia perché è lui che crea un soggetto e lo presenta, attraverso un riassunto di massima, alla casa editrice. Una volta approvato, il tutto passa dal soggetto alla sceneggiatura, la quale è il lavoro più delicato poiché consiste nella divisione in scene di una storia. Questa fase, così rischiosa, deve essere poi affiancata da quella del disegnatore che è, di fatto, il primo lettore della storia e ne esalta le potenzialità. Facendo un esempio scherzoso dico che noi disegnatori siamo un po’ come il dado nel brodo perché, a parità di sceneggiatura, il lettore non risulta impressionato se il disegno non gli dà emozioni. Il disegnatore è importante, al pari dello sceneggiatore, poiché il fumetto è un’opera corale: senza un disegnatore bravo e senza uno sceneggiatore altrettanto valido il fumetto scade di qualità. Aggiungo che ci può essere una sceneggiatura scarsa valorizzata da disegni buoni, così come può capitare una buona sceneggiatura resa così così da disegni banali.

C’è poi la copertina, e qui entra in gioco il copertinista, che deve preparare il lettore a quello che c’è nel fumetto dovendo suscitare domande e non risposte riguardo la parte finale della storia altrimenti il fumetto, come è facile capire, non viene comprato. Copertina che deve, in sostanza, anticipare l’azione lasciando sulle spine il lettore che dirà “e adesso cosa succede?”.

In fin dei conti posso dire come la creazione di un fumetto abbia qualcosa di simile con la realizzazione di un film, con la differenza che noi fumettisti, che non abbiamo a disposizione il sonoro ed il movimento, dobbiamo essere capaci di disegnare una figura statica facendola immaginare in movimento.

Cosa ha significato per lei lavorare niente meno che per Tex, il re dei fumetti italiani?

Confesso di aver avuto, dall’emozione, un mancamento quando me lo hanno proposto! Vedermi affidato di lavorare come disegnatore e poi come copertinista di Tex, il più importante fumetto italiano nonché ammiraglia della casa editrice, non è stato facile perché, da amante dei western, vedevo Tex come qualcosa di quasi inarrivabile poiché la selezione per diventarne disegnatore era piuttosto rigida.

Una volta affidatomi l’incarico, sentendo la fiducia della casa editrice, dovevo ripagarla incentrando il mio lavoro sulla qualità; qualità che in questo mestiere significa bellezza perché, se il disegno non è bello e se il disegnatore non si diverte a disegnare, il lettore lo sente.

Per Tex ho fatto anche il copertinista, nonostante pensassi che miei colleghi più esperti e titolati avessero più diritto di me, ma probabilmente l’editore, scegliendo me, voleva cambiare strada introducendo un disegno più classico e poco stilizzato come il mio potendo così, come uso dire, aprire la porta a molti disegnatori senza disturbare. Mi spiego meglio dicendo che un disegno più classico si adatta meglio ai disegni all’interno del fumetto andando così a mantenere quella classicità di Tex, ricordiamolo nato del ’48, che parla ad un pubblico che segue un western molto classico stile anni ’50.

Il passo successivo è stato creare Dylan Dog.

Un’avventura, quella con Dylan Dog, stimolante perché i personaggi dei fumetti cosiddetti bellocci erano già stati fatti. Per Dylan Dog mi avevano chiesto di intraprendere degli studi sul personaggio ed io avevo pensato a qualcosa di molto riconoscibile anche da lontano (nasone grosso, capelli molto folti e basette lunghe); personaggi che non avevano niente a che vedere con quello che aveva in mente Tiziano Sclavi e cioè un inglese, ma che, ironia della sorte, si erano dimenticati di dirmelo. In effetti l’anatomia facciale degli inglesi è molto diversa dai personaggi che avevo in mente poiché hanno un viso più allungato ed affilato.

Alla fine è stato lo stesso Sclavi a dirmi che il futuro Dylan Dog dovesse assomigliare all’attore Rupert Everett, ma non proprio come lui perché nel film “La Scelta” aveva una faccia molto delicata. Ma, dovendo essere un personaggio che dovesse avere a che fare con i mostri, doveva apparire un po’ macho ed allora, fatti i primi schizzi, l’ho carico un po’ anatomicamente sulla faccia e l’ho mostrato all’editore, nella persona del direttore editoriale, il quale mi dice che sembrava Claudio Baglioni!

Da lì parte l’avventura Dylan Dog per il quale ho fatto le copertine, fino alla numero 41, e poi un paio di storie brevi di questo personaggio molto popolare che continua tuttora ad essere molto apprezzato dal pubblico.

A proposito di Baglioni, com’è nata la vostra collaborazione artistica?

Premetto che, essendo un fan di Baglioni, avevo acquistato il suo album “Io sono qui” il quale conteneva il singolo “Nudo di Donna” dove all’interno veniva nominato Dylan Dog; incuriosito e grato per tale citazione trovo il numero di telefono di CLUB (sul retro dell’album), che è il club di appassionati di Baglioni, al quale mi rivolgo per ringraziare di aver nominato Dylan Dog. Mi risponde Guido Tognetti, consulente artistico di Baglioni e grande appassionato di fumetti, il quale, contento di parlare con il disegnatore di Dylan Dog mi dice di lasciargli un mio recapito in caso uscisse l’opportunità di una collaborazione più articolata.

Morale della favola, dopo un mese, mi arriva una telefonata e dall’altra parte era l’ufficio di Baglioni che mi contattava per propormi la collaborazione: avevano scelto una determinata canzone e Dylan Dog come protagonista fumettistico; io, da par mio, ero talmente entusiasta di iniziare questa collaborazione che ricordo di aver creato la sceneggiatura in una sola giornata, una domenica, durante la quale rischiai il divorzio! Però l’opportunità di tale lavoro era in me un fuoco che non potevo lasciare spegnere.

Collaborazione che viene pubblicata, come uso dire, su terreno neutro perché sapevamo, come casa editrice, che non tutti i lettori di Dylan Dog erano fan di Baglioni; per evitare questo, la pubblicazione avviene quindi su “Tutto Musica e Spettacolo” andando così a concretizzare l’incontro tra musica e fumetto con il solo intento, e questo ci tengo a sottolinearlo, di raccontare perché, commercialmente parlando, nessuno, né Baglioni né Dylan Dog, aveva bisogno l’uno dell’altro.

Il fumettista Claudio Villa ha un fumetto per il quale corre in edicola ad acquistarlo?

Senza dubbio Batman poiché rappresenta un uomo che durante il giorno fa una vita normale, perché no magari il disegnatore di fumetti, ed alla sera si trasforma in paladino della giustizia mettendo costume e cappuccio ed andando alla caccia dei cattivi. È interessante come di Batman, e lo vediamo anche adesso a distanza di tanto tempo dalla sua creazione, si riesca a trovare sempre nuove sfaccettature da raccontare apprezzando così una nuova interpretazione che aggiunge ulteriori particolari magari sfuggiti in precedenza.

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Cesare Tamborini

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